Elisabetta Franchi: la crisi, la condanna e la (difficile) risalita. Cosa impariamo davvero
Lo dico subito: ho seguito la vicenda Elisabetta Franchi con l’occhio del marketer che misura la distanza tra ciò che un brand dice e ciò che fa. Quando, nel 2022, sono esplose le polemiche sulle sue frasi riguardo alle assunzioni di donne “over 40”, ho pensato: questa non è solo una gaffe, è una crisi di coerenza. E le crisi di coerenza nel 2025 si pagano in ore, non in mesi.
Che cosa è successo (timeline breve)
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Maggio 2022 – Durante un evento pubblico, la stilista afferma di preferire, per ruoli “importanti”, donne sopra i 40 anni perché “hanno già sistemato certe cose” e possono “lavorare 24 ore su 24”. Il video rimbalza ovunque, scoppiano hashtag e indignazione.
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Le prime reazioni – Arrivano chiarimento e scuse sui social: si parla di parole decontestualizzate, si ribadisce l’attenzione alle donne in azienda. È il classico pacchetto “stop the bleeding”: necessario, non sufficiente.
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Giugno 2024 – Il Tribunale del lavoro condanna la società del brand per il carattere discriminatorio delle dichiarazioni e impone formazione obbligatoria e ricorrente su parità e non discriminazione, con penalità in caso di ritardi. In sintesi: la crisi comunicativa diventa fatto giudiziario.
La storia del ciclista (perché conta davvero)
Nel maggio 2025 un nuovo episodio riaccende la bufera: mentre guida una delle sue auto sportive, Franchi urta/investe un ciclista. Il fatto, di per sé già delicato, diventa miccia reputazionale per due scelte comunicative:
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Pubblica su Instagram il racconto dell’incidente con la foto del ciclista in barella (volto non riconoscibile nelle immagini circolate).
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A corredo, aggiunge considerazioni sul piacere di guidare auto potenti e sull’impossibilità di “sfogarle” in autostrada per via dei limiti: una nota fuori registro nel contesto di un ferito.

Il risultato? Doppio corto circuito:
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Etico: usare l’immagine della persona ferita, anche se non riconoscibile, viene percepito come mancanza di sensibilità.
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Narrativo: in una storia di crisi già segnata dal tema della responsabilità sociale, un post così sembra auto-centrato, poco empatico, e riapre la ferita di credibilità.
Questa sequenza è un case study perfetto: dopo una crisi, ogni gesto pubblico è un test. E anche quando non intendi “fare PR”, ogni tuo contenuto viene letto alla luce della crisi precedente.
Come il brand ha provato a uscirne (azioni e segnali)
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Scuse e chiarimenti pubblici
Sono il primo step di ogni crisis management: fermano l’emorragia, ma non ricostruiscono la fiducia da sole. -
Misure correttive “hard” (e verificabili)
La prescrizione di formazione obbligatoria porta il tema dentro i processi: calendario, programmi, referenti, attestazioni. Non è più solo comunicazione: è compliance. -
Rafforzamento della governance
Nel 2024 Marco Bizzarri (ex CEO Gucci) entra con un investimento fino al 23% e assume la presidenza del CdA. Il messaggio è chiaro: separare meglio creatività e gestione, elevare standard, rimettere al centro processi e cultura. -
Resilienza economica e presenza internazionale
Dati industriali riportati negli ultimi mesi indicano ricavi 2023 nell’ordine dei 170 milioni, marginalità operativa importante, e una rete distributiva ampia (oltre 70 Paesi, ~100 monobrand). Tradotto: il brand tiene, ma la reputazione va curata come un asset operativo. -
Professionalizzazione della comunicazione
Media training, Q&A interni, scenario planning e catena di approvazione per i contenuti “a rischio”. Quando la fondatrice è un personaggio pubblico molto esposto, serve una disciplina editoriale più rigida.
È davvero “finita”? No: una reputazione non guarisce con un post
L’episodio del ciclista dimostra che le crisi non finiscono quando i media smettono di parlarne. Finiscono quando l’azienda dimostra comportamenti coerenti, misurabili e ripetuti nel tempo. Ogni pubblicazione successiva deve essere filtrata dalla domanda: “Questo contenuto rinforza o indebolisce la nostra affidabilità?”.
I titoli restano e il pubblico non dimentica facilmente:

Lezioni pratiche per chi fa impresa (anche con 10 dipendenti)
1) Le parole pesano quanto i prodotti.
Un brand di moda vende abiti, ma soprattutto narrazione sociale. Se promessa e realtà non coincidono, la crisi è inevitabile.
2) Scuse + azioni + dati.
Le scuse fermano il danno immediato; le azioni strutturali (policy HR, formazione, audit) curano la ferita; i dati (promozioni, pay-gap, carriere) mostrano che stai guarendo.
3) Governance: ruoli chiari.
Portare a bordo profili con track record (come un presidente esterno) è un segnale di serietà e un argine agli errori di comunicazione.
4) Prepara i portavoce.
Media training, lista di Q&A scomode, simulazioni. Una frase detta male oggi vale migliaia di screenshot domani.
5) Trasforma la condanna in percorso.
La formazione imposta? Fallo diventare programma pubblico, con obiettivi annuali, report sintetici e milestone concrete.
6) Misura il clima interno.
Survey anonime, sportelli d’ascolto, KPI HR. Le crisi esterne spesso rispecchiano frizioni interne.
7) Social dopo la crisi = “modalità prudente”.
Quando tocchi temi sensibili (incidenti, persone coinvolte, privacy), sospendi l’istinto da storytelling. Prima la tutela e l’empatia, poi – semmai – il racconto.
In sintesi: cosa ha funzionato (e cosa no)
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Funziona: l’aver messo governance e capitali esperti a presidio del brand (ingresso e presidenza di Bizzarri), la tenuta economica e l’adozione di misure strutturali post-sentenza.
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Non basta: affidarsi alla sola narrazione social. Serve rendicontazione periodica su parità e cultura interna. E una gestione dei profili personali molto consapevole.
Conclusione
Questa storia racconta come si gestisce (o si subisce) una crisi di brand nel 2025: con fatti verificabili, governance forte, coerenza quotidiana. Se guidi una PMI, ti riguarda ancora di più: qualsiasi evento, dichiarazione o scelta HR può diventare pubblico in pochi minuti. La domanda non è “se” capiterà una crisi, ma quanto velocemente saprai trasformarla in un percorso di miglioramento misurabile. Il mercato vede – e premia – la differenza tra chi comunica valori e chi li pratica davvero.


